Harvard ha trovato gli alieni in fondo all’oceano?

Omega Click 02/07/2023

IM1 – Il “meteorite” interstellare

Dopo il passaggio nel nostro sistema solare dell’oggetto interstellare non identificato Oumuamua, scoperto il 19 ottobre 2017 la comunità scientifica internazionale ha cominciato a chiedersi; “ma non è che ci sono state altre intrusioni interstellari di cui non ci siamo accorti?” E allora ha cominciato a porre più attenzione all’enorme quantitativo di dati che automaticamente vengono registrati dai sistemi di osservazione spaziale, e indovinate?

Dopo il passaggio di Oumuamua abbiamo scoperto che prima di lui, un altro oggetto interstellare entrò nel nostro sistema solare, e stiamo parlando di IM1. Vi ricordate? La prima meteora interstellare conosciuta scoperta dopo il passaggio di Oumuamua. Per capire brevemente di che cosa stiamo parlando, vi riporto di seguito le parole del Prof. Avi Loeb direttore del dipartimento di astronomia di Harvard durante un intervento sul mio canale YouTube che ha lavorato al caso:

“Tre anni prima di Oumuamua ci fu un altro oggetto esterno al sistema solare, la prima meteora interstellare scoperta dal governo degli Stati Uniti che io, insieme al mio studente, abbiamo identificato come una meteora interstellare proveniente dall’esterno del sistema solare. Era grande circa mezzo metro ed era estremamente insolita perchè aveva una forza materiale, più dura dell’acciaio. Più dura di tutte le altre 272 meteore nel catalogo compilato dalla NASA. E quindi la domanda è; Che cos’era? Era una roccia molto insolita con un’origine molto diversa dal sistema solare? O era un’astronave, un oggetto artificiale fatto di una lega come l’acciaio inossidabile?

Lo scopriremo perchè tra un paio di mesi guiderò una spedizione al sito del meteorite vicino alla Papua Nuova Guinea, e stiamo progettando di scavare e dragare il fondo dell’Oceano Pacifico alla ricerca dei frammenti rimasti del meteorite e analizzeremo la loro composizione usando uno spettrometro di massa cercando di capire se si tratta di un oggetto naturale o se forse è stato fabbricato tecnologicamente”.

La ricerca ha avuto i suoi frutti?

Esatto, avete capito bene, quel momento è arrivato e a quanto pare, la spedizione del professor Avi Loeb di Harvard ha avuto i suoi frutti. Oggi ne parliamo e cercherò di spiegarvi in tutto e per tutto che cosa è successo.

Per dragare il fondo dell’Oceano a un chilometro e 600 metri sotto le acque della costa in Nuova Guinea, il team di Harvard ha progettato quello che è stato ribattezzato come gancio interstellare, quello che la BBC in un suo recente articolo ha descritto come:

“Una curiosa bestia di colore nero e argento che sta sollevando fango con un corpo metallico maculato e un cordone ombelicale di colore viola”

Dopo aver analizzato i dati di Oumuamua nel 2017 che ha viaggiato per 600.000 anni prima di raggiungere la nostra biglia blu, il prof Avi Loeb si è letteralmente messo in testa di cercare altre anomalie cosmiche, specialmente, fenomeni interstellari, oggetti solidi di cui abbiamo abbastanza evidenze scientifiche per affermare che provengono dall’esterno del nostro sistema solare. Ecco, è proprio sulla base di queste ricerche approfondite, consultando il catalogo online dei bolidi di fuoco compilato dalla NASA, rilevati attraverso gli strumenti dello U.S Space Command degli Stati Uniti, che è stato scoperto IM1, uno strano, stranissimo, meteorite esploso sopra l’Oceano Pacifico nei pressi della Nuova Guinea alle 3:05 di notte (ora locale) del 9 gennaio 2014.

Da questo è nato un super progetto finanziato da cifre a sei zeri, che puntava a raccogliere materiale, sperando di ottenere campioni dello schianto. Non pensare che questi sono andati a caso nell’oceano a dragare con strumenti alla “Jimmy l’esploratore” parliamo di strumenti computerizzati che costano milioni di euro e di ricerche approfondite che sono riuscite, con analisi predittive basate su studi sismologici e studiando i dati militari dell’impatto non solo a capire dove si è schiantato l’oggetto, ma anche dove e di quanto le correnti oceaniche possono aver spostato il materiale.

Fanno largo uso dell’Intelligenza Artificiale, hanno avanzato studi in merito ai determinati frammenti, dai dati delle osservazioni dello schianto sanno addirittura che l’oggetto aveva una resistenza alla trazione più alta di tutte le altre 272 meteore nel catalogo della NASA, e insomma, non parliamo di sprovveduti ma degli scienziati di Harvard che hanno preso questa iniziativa e che, a quanto pare, hanno ottenuto risultati. Hanno portato a galla dei frammenti, delle sferule che si pensa, siano proprio i frammenti di IM1.

È forse possibile che questi rari frammenti, ciascuno di circa, un terzo di millimetro di diametro, potrebbero essere detriti provenienti da un lontano Sistema Solare? Avi Loeb è riuscito davvero a scovarli dall’immensità del Pacifico? E perché la ricerca è così controversa? Facciamo una piccola lezione di astronomia.

La scienza non ha mai analizzato oggetti interstellari

Nonostante cari amici più di 60 anni di ricerche, vari frammenti lunari di cui siamo entrati in possesso, vento solare, dalle decine di migliaia (più precisamente 70.000) meteore ritrovate sulla superficie del nostro pianeta o nella nostra atmosfera, detriti spaziali nell’orbita terrestre, detriti spaziali nei musei di tutto il mondo e altro, niente di tutto questo era di origine interstellare. Niente di ciò che abbiamo mai visto, toccato o analizzato proveniva dal di fuori del sistema solare. Tutto il materiale spaziale in nostro possesso caro amico internauta viene dal nostro vicinato cosmico.

Addirittura anche Chicxulub, l’asteroide che uccise i dinosauri si pensa che arrivasse dalla Nube di Oort, una massa di comete all’estremità del sistema solare che regolarmente ci spedisce pietre in rotta di collisione con la Terra. Cosa potrebbe comportare per la scienza dei materiali analizzare detriti interstellari? E ancora, e se come ipotizzato dal team di Harvard quel materiale non fosse naturale ma artificiale e si trattasse di boe, sonde extraterrestri o altro, inviato centinaia di migliaia di anni fa in direzione della Terra, cosa potrebbe comportare tutto questo per l’evoluzione e il progresso tecnologico della razza umana?

Tutto ciò che sappiamo sullo spazio che ci circonda, sullo spazio al di la della nostra zona di esistenza deriva semplicemente dall’osservazione della luce, stop, il resto è una serie di calcoli matematici e di supposizioni plausibili basate sulla chimica e sulla fisica del nostro universo. Ma in che modo questa ignoranza intergalattica potrebbe essere distrutta se ottenessimo letteralmente materiale alieno? All’inizio, IM1, il nostro amico interstellare non era altro che un’accozzaglia di dati e numeri in un database online, sotto l’etichetta “CNEOS 2014-01-08”.

Ora, sebbene cari signori lo spazio sia sorvegliato da decine di migliaia di astronomi, osservatori computer, telescopi, stazioni, osservatori amatoriali etc, il cielo è semplicemente troppo grande per essere monitorato nella sua interezza, tutto il tempo e la maggior parte dei telescopi non è abbastanza sensibile per rilevare piccoli oggetti. Soprattutto quando si parla di oggetti delle dimensioni di un metro e allora la faccenda diventa molto complessa.

Quindi, quando IM1 si è schiantato contro la Terra, nessuno se ne è accorto infatti. L’unico record, gli unici dati certi, in merito alla sua esistenza sono arrivati dal governo degli Stati Uniti, i cui sensori ne hanno registrato la traiettoria, la velocità e l’altitudine mentre attraversava l’atmosfera sopra l’Oceano Atlantico vicino al Portogallo prima di schiantarsi in Papua Nuova Guinea. Eventuali ulteriori dettagli, se esistono, si trovano ora come ora all’interno documenti riservati, non perché si trattasse di un UFO, cioè anche, ma perché renderli pubblici rivelerebbe troppo sulle capacità tecnologiche dell’equipaggiamento militare che lo ha rilevato.

Le anomalie

Ma comunque c’erano sufficienti dati per attirare l’attenzione del team di Harvard e il primo di questi era il fatto che viaggiava ad una velocità veramente fuori dal normale. Tutte le stelle della Via Lattea si muovono e orbitano gradualmente attorno al suo centro, Tutte le stelle in pratica compiono delle orbite intorno al centro della nostra galassia, e anche se nel caso del nostro Sole una singola rivoluzione può richiedere circa 230 milioni di anni, questi corpi celesti nello spazio-tempo viaggiano a velocità veramente strabilianti.

Mentre viaggiano, portano con sé il contenuto dei loro sistemi solari. Ciò significa che qualsiasi oggetto che entra nel nostro sistema solare porterebbe con se la velocità impostata dalla propria stella. Man mano che si avvicinava all’attrazione gravitazionale del Sole, cadrà verso di esso, aumentando ulteriormente il suo ritmo. Di conseguenza, gli scienziati si aspettano che i meteoriti interstellari si muovano più velocemente di quelli normali ed è questo che ha stuzzicato inizialmente la curiosità del team di Harvard.

L’analisi di Loeb suggerisce che non solo IM1 si stava muovendo più rapidamente del nostro Sistema Solare, ma che inoltre stava anche viaggiando più veloce del 95% delle stelle vicine. Questo, secondo lui, suggerisce che fosse interstellare. Tuttavia, anche tenendo conto di ciò, non è chiaro come abbia raggiunto tale slancio. Praticamente tenendo di conto il fatto che già di per se gli oggetti più veloci di quelli presenti nel sistema solare sono probabilmente interstellari, anche in quel caso non si capisce perchè viaggiasse così velocemente.

Il secondo punto di domanda è relativo alla resistenza del presunto meteorite che invece di rompersi nell’atmosfera superiore della Terra, ha incredibilmente resistito fino a raggiungere l’atmosfera inferiore. Di che cosa fosse fatto esattamente rimane un mistero, ma i dati dimostrano in modo inequivocabile che era più robusto dell’acciaio. In fine il team di Harvard, ha calcolato con una confidenza del 99,999% che IM1 fosse un visitatore interstellare.

Le vicende legali

Quando si parla di questa scoperta si fa poco testo alla questione legale relativa all’accesso dei dati. Dovete sapere che quando il team ha scritto le proprie scoperte, quando ebbe intenzione di pubblicarle, il documento è stato inizialmente rifiutato per la pubblicazione sulle riviste scientifiche, in parte perché gli esperti che lo hanno esaminato ritenevano di aver bisogno di maggiori dettagli. E inoltre perchè avendo bisogno di un accesso urgente a documenti riservati, la missione di Avi Loeb si era bloccata. Vorrei ricordare che i dati astronomici relativi a IM1 provengono dalle osservazioni del Comando Spaziale degli Stati Uniti.

Dopo anni di petizioni e richieste di acceso agli atti fatte nei confronti della Casa Bianca per ulteriori informazioni, all’inizio del 2023 la Nasa ha ricevuto una lettera firmata da un tenente generale della US Space Force, con un sigillo blu del Dipartimento della Difesa che confermava che avevano verificato il lavoro di Loeb con lo scienziato capo del comando delle operazioni spaziali degli Stati Uniti e confermavano che le informazioni erano “sufficientemente accurate” per suggerire che la meteora proveniva dallo spazio interstellare.

A quel punto, con il benestare del governo è partita la spedizione.

La spedizione

La squadra di ricerca meteorica di Avi Loeb è arrivata a bordo della Silver Star il 14 giugno 2023 e dopo qualche giorno di navigazione sono finalmente arrivati in una macchia di oceano a circa 84 km dalle coste tropicali dell’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea. È qui che, utilizzando una combinazione di dati militari e letture sismologiche locali, il professore di Harvard ha calcolato che i detriti del presunto meteorite alieno si siano schiantati.

Armati del loro “gancio interstellare” il team ha iniziato il viaggio raccogliendo campioni di controllo al di fuori e all’interno della loro area di ricerca, hanno dragato veramente parecchi chilometri di oceano e raccolto campioni che vengono utilizzati per il confronto con i dati del meteorite. Il gancio da quello che ha spiegato il professore è progettato come una slitta sottomarina ed è trainato dietro la nave da una lunga fune. Può raccogliere campioni di potenziali detriti meteorici utilizzando i punti sulla sua superficie, che sono dei potenti magneti, progettati appositamente per recuperare le sferule tanto studiate dal team di Harvard.

Le sferule sono piccole porzioni di materiale che si formano nel fuoco incandescente quando esplodono meteoriti o asteroidi e sono state trovate nei siti di impatto in tutto il mondo.  

Che cosa hanno trovato?

Per cominciare, il team ha trovato un miscuglio di vari detriti oceanici, spazzatura e quant’altro e poi finalmente un pò di fortuna, a pochi chilometri dalla zona dell’impatto, il team ha rinvenuto una singola sferula composta da un insieme insolito di materiali. Ferro, magnesio e titanio. Lo stesso Avi Loeb osserva che questa è una combinazione molto, molto insolita, sia negli oggetti di fabbricazione umana che nei meteoriti. E nei giorni successivi hanno rinvenuto numerose altre sferule composte dai soliti materiali.

Potrebbe essere questo il primo contatto che gli esseri umani abbiano mai avuto con un materiale proveniente dall’esterno del nostro Sistema Solare? È un pò difficile stabilirlo, non trovi? Anche con le sferule, siamo onesti, il team di Loeb è molto lontano dallo stabilire il collegamento con IM1.

Piccole sferule metalliche sono estremamente comuni sulla Terra, voglio dire, come fare per stabilire una connessione di una sferula di un millimetro ritrovata in fondo all’oceano con un meteorite interstellare precipitato 9 anni fa? La vedo dura non trovate? Inoltre pensateci bene, si pensa che più di 500 meteoriti colpiscano la Terra ogni anno, quindi questo frammento potrebbe provenire da un altro impatto e non da IM1.

Il professor Loeb rimane ottimista. Il team prevede di portare le sferule all’Osservatorio dell’Harvard College, dove utilizzeranno la spettrometria di massa per identificare gli isotopi all’interno: analizzando le loro proporzioni rispetto ad altri meteoriti, e così facendo sperano di verificare se IM1 abbia davvero origini interstellari. In alternativa, suggerisce Harvard, l’analisi potrebbe confermare che non sono stati formati, ma creati, forse da alieni intelligenti.

Che in fine, il team di Harvard abbia ritrovato delle sferule provenienti dai detriti di un oggetto interstellare anomalo? Di sicurezze ne abbiamo poche, ma una di queste, è che l’oggetto sicuramente interstellare IM1 era in tutto e per tutto anomalo dalla velocità alla resistenza dei materiali e se solo si riuscisse, attraverso la spettrometria di massa ad ottenere dati relativi agli isotopi che riescano a collegare le sferule trovate da Loeb con i dati del meteorite e a stabilire poi che sono artificiali e allora per la prima volta nella storia avremo dati certi relativi a razze aliene, fino a quel momento personalmente rimango titubante, molto dubbioso e in attesa di dati certi che limitino le speculazioni.

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1 commento su “Harvard ha trovato gli alieni in fondo all’oceano?”

  1. Le percentuali degli elementi chimici trovati nei campioni mi fanno pensare più a un meteorite particolare che a una lega artificiale – Loeb parla di “perlopiù ferro con un decimo di magnesio e un po’ di titanio”. Una rapida ricerca su Internet mostra che le leghe aerospaziali (e leghe ferrose in generale utilizzate nell’industria) hanno tipicamente contenuti di ferro molto più bassi.
    La cosa strana è l’assenza di nickel, che si riscontra in tutte le sideriti anche in basse percentuali; d’altra parte, il nostro unico punto di riferimento finora sono stati i meteoriti del nostro sistema solare, quindi è un po’ un terreno inesplorato. Potrebbe anche essere un potenziale indizio sulla sua provenienza.
    La spettrometria può essere d’aiuto per stabilire che le sferette ritrovate facciano effettivamente parte di IM1, ma è difficile che possa stabilire una possibile natura artificiale dei campioni – per quello sarebbe forse più utile una scansione al microscopio elettronico, che se sono artificiali potrebbe evidenziare microstrutture interne.
    Tuttavia, le percentuali dei metalli e le sferette stesse, formazioni tipiche da ablazione termica dei meteoriti (https://www.jstor.org/stable/24941262), mi fanno propendere più per un meteorite interstellare che per un ritrovato tecnologico extraterrestre, senza dubbio un oggetto di interesse, ma naturale. Vedremo cosa salterà fuori.

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